Omelia – S. Messa in suffragio delle vittime dell'incidente ferroviario a Decollatura (23 dicembre 1961)
1. Carissimi, ci troviamo oggi per pregare e ricordare insieme un evento doloroso che coinvolse tutta la zona pedemontana dell'Alto Lametino, il 23 dicembre del 1961.
Saluto tutti voi, qui convenuti, le autorità e in particolare i familiari delle vittime. Mancano due giorni al Natale e possiamo immaginare lo sgomento che ha colto la popolazione 50 anni fa.
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Omelia Giornata del Ringraziamento - Decollatura 27 novembre 2011
L'omelia pronunciata il 27 novembre a Decollatura (Catanzaro) dal Vescovo di Lamezia, Mons. Luigi Cantafora, in occasione della Giornata del Ringraziamento.
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Omelia – S. Messa nella Tredicina di S. Antonio - Lamezia Terme, 9 giugno 2011
Liturgia della Parola: At 22,30;23,6-11; Gv 17,20-26
1. «Coraggio! Come hai testimoniato per me a Gerusalemme, così è necessario che tu mi renda testimonianza anche a Roma».
Stiamo celebrando la Tredicina di S. Antonio, che è un’occasione preziosa per approfondire la nostra fede. Il tema della giornata odierna, dedicata alla legalità, ci aiuta a considerare il grande impegno di Antonio nel suo tempo e, insieme, a guardare con responsabilità il nostro tempo.
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Omelia – Ordinazione Sacerdotale dei diaconi Angelo Cerra, Pasquale Fabio Coppola, Nahum Alberto Emilio Bardomiano, Carlo Ragozzino Parrocchia di San Raffaele Arcangelo, 7 maggio 2011
1. «Mostraci, Signore, il sentiero della vita», abbiamo pregato nel salmo. E i due discepoli diretti ad Emmaus avevano smarrito il sentiero della vita: si stavano distaccando dalla comunità degli altri discepoli, i loro occhi erano incapaci di riconoscere il Signore, tristi, incapaci persino di un dialogo sereno: si parlavano addosso senza ascoltarsi l’un l’altro. Eppure Gesù in persona si incammina con loro, spiega le Scritture aprendo loro la mente e il cuore e, giunti nella casa, spezzerà il pane e si lascerà riconoscere in quel segno sacramentale. Questo incontro con Cristo fa “ardere” il cuore dei due e trasforma la loro vita. Anzi, al dire di Sant’Efrem il Siro, «chi mangia me, il Cristo, mangia il fuoco!». Ricevere Cristo significa venire abitati da un calore, da una fiamma, che rimette nel sentiero della vita. I due partono senza indugio e ritornano a Gerusalemme, dove si uniscono agli apostoli e agli altri discepoli e diventano testimoni del Risorto, che ha cambiato la loro vita.
2. Questo testo è straordinario proprio per voi, carissimi Angelo, Fabio, José e Carlo. Gesù stesso si è avvicinato a voi, ha fatto ardere il vostro cuore. Certamente provenite da esperienze diverse, culture e mondi diversi e anche avete formazione ed età diverse, ma Dio si è avvicinato a voi in Gesù. Nel Figlio di Dio incarnato, morto e risorto, voi avete riconosciuto, l’amico, il compagno, il maestro da seguire, il sommo sacerdote da invocare. Egli come un sapiente pedagogo, ha saputo condurvi per vie inaspettate fino all’incontro con Lui nella Parola, nel pane spezzato, nella comunità dei fratelli. Questa triade è inseparabile nel cammino di ogni presbitero che vuole e deve rimanere discepolo del Signore. Il cammino del discepolato infatti non ci mette al riparo in una nicchia protettiva, ma spinge, anzi urge ad osare sempre per il Signore, a rischiare tutto per Lui, nel desiderio sincero di seguirlo, di amarlo e di servirlo. Il presbitero rimane sempre un discepolo, anche se ha la responsabilità di essere padre e pastore di una comunità. Sarete guide vere se rimarrete discepoli dell’unico Maestro. Il rischio della delusione, l’esperienza del fallimento provata dai discepoli di Emmaus dopo la morte di Gesù è un’esperienza comune, quando ci affidiamo a legami troppo umani e a visioni della vita non spirituali, quando perdiamo il senso della croce e non affrontiamo lo scandalo della sequela del Crocifisso. Proprio lì, quando la vita dei due è avvolta dal non senso, che la croce si rivela non come un incidente, ma come pienezza d’amore, che cambia la comprensione di Dio. È lì che il Risorto spiega la parola di Dio e il senso dell’offerta del Messia: «Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui». Il Signore stesso «viene incontro all’inquietudine del nostro cuore, all’inquietudine del nostro domandare e cercare, con l’inquietudine del suo stesso cuore, che lo induce a compiere l’atto estremo per noi» (BENEDETTO XVI, Omelia, Messa del Crisma 21 aprile 2011). Figli carissimi, il Signore vi è venuto incontro, lui per primo. Vi ha amato gratuitamente e voi ne avete fatto esperienza, «foste liberati – direbbe san Pietro - dalla vostra vuota condotta» grazie al «sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia». Siate dunque grati al Signore per quanto ha operato in voi, conducendovi fino ad oggi, giorno della vostra consacrazione sacerdotale. Siate grati anche per i vostri genitori, attraverso i quali siete stati chiamati alla vita ed avete iniziato a conoscere il Signore; per i sacerdoti e formatori che vi hanno accompagnato; per i vostri fratelli e sorelle nella fede e per le comunità ecclesiali che vi hanno sostenuto ed hanno pregato per voi. Poiché siete chiamati, nel presbiterato, a rimanere discepoli di Cristo, non stancatevi di cercarlo, di ascoltarlo, di invocarlo, di seguirlo. Soprattutto, mai ritenetevi già convertiti, arrivati, non più bisognosi di camminare e di tendere verso la santità. Siate invece esempi luminosi di preghiera, di ascolto, di dono di voi stessi per gli altri.
3. Oggi, dopo il dono del diaconato, per il ministero del successore degli apostoli, il Vescovo, il Signore vi fa suoi sacerdoti, vi unisce a lui che è maestro, sacerdote, pastore. E voi vi consegnate liberamente a lui, consapevoli che ogni giorno sarete chiamati a rinnovare il vostro “sì”, rinunziando a voi stessi. Attraverso questo sacramento diventate ad un titolo speciale portatori della presenza di Cristo nel mondo. Siete mandati ad altri fratelli e sorelle, per collaborare con la grazia del Signore, perché essi possano conoscerlo e crescere nell’amicizia con lui. Chi è il prete allora? Possiamo dire che è un uomo il cui cuore è inquieto: mai pago di se stesso, è piuttosto assetato di Dio. È un ricercatore del volto del Signore (Sal 105,4), consapevole che il Signore stesso, per primo, ha sete di donare l’acqua viva, di saziare la sete di senso, la sete di libertà e di felicità, la sete di Dio che abita nelle profondità del suo cuore. E come Gesù si accosta ai discepoli di Emmaus, così il prete, a sua volta, si accompagna ai fratelli e alle sorelle che il Signore gli affida, per aiutarli a conoscerlo e ad amarlo. Il prete è l’uomo di Dio, l’uomo che aiuta a sollevare lo sguardo verso Dio, ad andare verso di lui o, meglio, a lasciarsi incontrare dall’amore di Dio, preveniente e gratuito: «I cristiani sperano di trovare nel sacerdote non solo un uomo che li accoglie, che li ascolta volentieri e testimonia loro una sincera simpatia, ma anche e soprattutto un uomo che li aiuta a guardare Dio, a salire verso di lui» (Pastores dabo vobis, n° 47).
4. Per essere uomini di Dio, occorre coltivare una profonda amicizia con Cristo. La vera pastorale si fa in ginocchio davanti al tabernacolo e scrutando le Scritture! La cura della vita interiore e la formazione permanente non sono un optional nella vita di un prete, ma ne sono il respiro, la linfa vitale! Così, siate fedeli alla Liturgia delle Ore e celebrate con cuore grato l’Eucaristia. Non tralasciate poi di accostarvi di frequente al Sacramento della Penitenza e coltivate una regolare direzione spirituale, perché nessuno è maestro di se stesso! Guai a scadere diventando amministratori di un sacro, in cui il peso della nostra umanità diventa un serio ostacolo all’incontro dei fedeli con Cristo. Che invece attraverso di voi si diffonda il buon profumo del Vangelo! Tutta la vostra vita venga trasfigurata in Cristo, perché sia di lui presenza viva e grazia per i fratelli.
5. Carissimi, vi esorto infine ad amare la Chiesa. Non si può essere uomini di Dio senza vivere la comunione ecclesiale. Ricordiamo l’accorata preghiera di Gesù: «Tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). State uniti al vescovo, in filiale e affettuosa obbedienza, e non solo per ragioni giuridiche o operative. Non si edifica la Chiesa senza una comunione sincera con il Vescovo e con il Papa. Porsi fuori dall’obbedienza al Signore nella Chiesa e dalla fedeltà al Magistero e alla genuina tradizione ecclesiale significa tradire la propria missione. E la delusione non tarderà. Coltivate inoltre una vera amicizia sacerdotale. Oggi entrate sacramentalmente nel presbiterio. L’unità non sia solo sacramentale, ma si traduca in fraternità, vissuta in sincerità ed accoglienza dei propri limiti. Questa amicizia, animata dalla fede, sarà anche di antidoto alla dispersione e all’isolamento e di stimolo e aiuto allo stesso servizio pastorale. È la comunità dei fratelli che vi conferma! Amate poi la comunità che sarete chiamati a servire in obbedienza al Vescovo. Siate generosi nel vostro dono, docili alla voce dello Spirito, pronti a valorizzare tutti carismi. Il prete accoglie, custodisce, rispetta ciò che Dio compie in ogni persona. Il prete non è la sintesi dei carismi, ma ha il carisma della sintesi. Egli è un ponte tra Dio e i fedeli e mette in comunione i fedeli tra loro. Una particolare cura riserverete ai giovani. Fatevi educatori di laici “veri”, corresponsabili ed evangelizzatori ed evitate la tentazione di far da padroni sulla vita delle persone. Lasciate che ogni laico attui il progetto di Dio disegnato nel suo battesimo! È nel dialogo alimentato da una sincera fiducia reciproca che imparerete a crescere insieme a tutti i fedeli.
6. Ci incoraggia l’esempio di numerosi vescovi e sacerdoti santi, attraverso i quali, nel corso dei secoli, il Signore ha fecondato la sua Chiesa. «Anche noi dunque, circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti » (Eb 12,2). La commozione per la recente beatificazione di Giovanni Paolo II non rimanga un sentimento superficiale, ma ci spinga a progredire verso la santità, verso una misura alta della vita cristiana. E la Vergine Maria ci accompagni tutti con la sua intercessione, perché seguiamo il Cristo Crocifisso e Risorto e diventiamo segno di lui in questa generazione. Amen.
Omelia per la S. Messa di ringraziamento per la beatificazione di Papa Giovanni Paolo II
Parrocchia della Pietà, 1 maggio 2011
1. Pace a voi! Carissimi, è questo il saluto con cui il Risorto si presenta ai discepoli riuniti nel cenacolo. Egli entra a porte chiuse, sfondando con dolcezza la durezza del cuore umano, chiuso nel proprio dolore, affranto dalla sofferenza vissuta. Egli entra con soavità e annuncia “Pace” ai vicini e ai lontani; a tutti rivolge la sua parola, dona lo Spirito Santo, mostra i segni delle piaghe nelle mani e nel costato. Il luogo della sofferenza diventa sorgente di vita e i discepoli gioiscono nel vedere il Signore.
2. Anche Tommaso che in un primo tempo è assente e che viene coinvolto dagli altri, riceverà il dono di ri-vedere il Risorto. Il suo disappunto nel sentirsi escluso, la sua incredulità, si sgretolano, si sciolgono come neve al sole davanti alla pace che il Risorto dona con la sua presenza. Nasce il grido, l’esclamazione stupita di Tommaso che costituisce per noi la più bella confessione di fede: Mio Signore e mio Dio! Se il Signore è il mio Dio, io sono tutto suo, Totus tuus, come diceva Giovanni Paolo II. L’appartenenza a Lui nasce dalla Sua consegna a noi. Ecco la fede! Non sappiamo se effettivamente Tommaso abbia toccato le ferite gloriose del Signore, forse non ha avuto bisogno, ma certamente le ha viste e “il vedere” gli permette di approdare alla fede. Noi dobbiamo ringraziare l’apostolo Tommaso perché grazie alla sua diffidenza e ritrosia, grazie alle difficoltà tutte umane che lui ha sperimentato, il Signore ha potuto pronunciare ancora una beatitudine rivolta a noi, generazioni che credono senza aver visto: Beati coloro che pur non avendo visto crederanno. Giovanni Paolo II è stato tra coloro hanno amato il Signore senza averlo visto, come ci ricorda l’apostolo Pietro. Pace a voi! Risuona ancora questo grido nella Chiesa attraverso uomini che sono annunciatori di pace, che vivono nella pace e che sono portatori di pace.
3. L’amato Papa Giovanni Paolo II ha iniziato il suo pontificato esortando tutti a Non aver paura e spalancare le porte a Cristo! Se pensiamo al lungo impegno che ha portato avanti, non possiamo non rimanere grati e stupiti. Anche lui ha saputo entrare in tanti cuori chiusi, ha saputo varcare soglie, sino a poco prima, inesplorate, addirittura sprangate, inaccessibili: pensiamo al mondo della cultura, al grande lavoro ecumenico, all’interesse per il mondo dei giovani e al rinnovato impegno con cui ha condotto la Chiesa per una nuova evangelizzazione in ogni luogo del pianeta. Non c’è campo umano che egli non abbia visitato, di cui non si sia interessato o che non abbia sostenuto! Un lavoratore infaticabile nella vigna del Signore. Le cifre dei contatti degli incontri, delle udienze, delle persone viste, degli scritti, fanno rabbrividire! Eppure oggi noi siamo qui per ringraziare il Signore non per l’eccezionalità umana di quest’uomo di Dio, ma per la sua santità.
4. Era capace infatti di grande lavoro perché era capace di grande preghiera, vissuta come dono, con gusto e gioia. È quanto emerge dalle testimonianze dirette di chi ha vissuto accanto a lui. Tutti rimanevano colpiti dal raccoglimento, anzi dall’abbandono totale in cui si immergeva quando pregava e dalla facilità con cui univa la preghiera al lavoro vissuto come un’irradiazione della preghiera stessa. Libero dalle cose, da ogni possesso, da ogni bene materiale, seppe vivere con altrettanta libertà i rapporti con gli altri e prendere decisioni a tempo debito. Certamente la sua storia, orfano in tenera età, amante delle lettere e delle arti, del teatro, ma per necessità minatore e operaio, hanno plasmato in lui un uomo completo. In lui è confermata la verità del principio teologico che “la grazia non sostituisce e non distrugge, ma presuppone, purifica, perfeziona e porta a compimento la natura”.
5. Grande comunicatore, seppe trasmettere in modo naturale, spontaneo, la freschezza del vangelo e ha continuato sino alla fine ad adempiere il più possibile ai propri compiti. “Desidero seguirti” sono le parole iniziali del suo testamento, ancora più profonde e vere, perché dette non in modo entusiastico da chi inizia un percorso, ma da chi, alla fine, constata di aver combattuto la buona battaglia, di aver portato a termine la corsa e di aver conservato la fede. A lui il Signore, giusto giudice, riserva la corona di giustizia. Oggi il cielo esulta e la terra con tutti i suoi abitanti gioisce perché un uomo ha saputo essere fedele servitore del Signore, ha voluto seguirlo, fino alla fine. La sua testimonianza spinga la Chiesa e ciascuno di noi a diventare discepoli del Signore Gesù e seguirlo dove e come Lui vorrà, ma sempre al largo! Duc in altum!
A Lui, il re dei re e il Signore dei signori, la lode e la gloria nei secoli dei secoli.
Amen.
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