Lamezia Terme, 7 dicembre 2010 ore 11,30
Liturgia della Parola: Giobbe 1,1-3. 13-22; Salmo 138 (139); Marco 15,33-39;16,1-6.
1. «Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio!» (Sal 139,16). Lasciamoci raggiungere, carissimi fratelli e sorelle, dal conforto che ci viene dalla Parola di Dio, l'unica capace di comprendere e di esprimere fino in fondo ogni sentimento umano. Quanto è accaduto nella nostra città ci lascia sgomenti. Ma non venga meno la speranza: chiediamo al Signore che, pur in tantissimo dolore, Egli doni ai familiari, agli amici, a tutti, in questa Eucaristia, la Sua pace e la Sua consolazione.
Davanti alla morte noi restiamo attoniti; davanti a queste morti siamo inermi e profondamente rattristati. Eppure, pur nelle modalità terribili con cui la morte talvolta accade, apriamoci al mistero di Dio: «Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio!» (Sal 139,17). È il Signore che custodisce il mistero della vita, perché Lui, morendo, ha vinto la morte.
Lui, Gesù, il solo giusto, il Figlio di Dio fatto uomo, morto per amore di ogni uomo, ha portato su di sé le fragilità, le malattie, le croci, tutto il peccato dell'umanità. È grazie alla sua morte che è possibile per l'uomo vivere e morire per amore, perdonando. Grazie alla morte e resurrezione di Gesù noi possiamo benedire e non maledire.
La morte non è l'ultima parola, ma è stata attraversata dalla vita per sempre: «La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria?» (1Cor 15,54-55). «O morte, sarò la tua morte», la Chiesa fa cantare al Risorto, stupita di essere abitata dalla vita (cfr. Sabato Santo, Vespri). Questa vittoria del Signore Gesù Cristo noi attendiamo. Questo desideriamo. Questo è l'anelito del cuore e il fondamento della vera speranza, che annunciamo con tutte le nostre forze.
2. È solo alla luce di Gesù, il Crocifisso Risorto, che noi possiamo capire anche le vicende di persone che hanno sofferto, come Giobbe. Giobbe era un uomo integro, forte, retto, onesto, generoso. In Giobbe può rispecchiarsi qualunque uomo di buona volontà che abbia il buon senso della vita e il senso di Dio. Ma proprio quest'uomo, Giobbe, viene travolto da immani sciagure che si abbattono su di lui e sulla sua famiglia. È provato in tutto! È il dramma che avvolge la nostra realtà. La prova c'è ed è per tutti, anche per i migliori, anche per gli innocenti.
Nel cuore della domenica, la notizia dell'incidente di questi nostri fratelli ci ha travolti, ha gettato tutta la città in un turbine di dolore. Ha parlato al cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne d'Italia.
Noi abbiamo sempre bisogno di capire le dinamiche, spiegare le cause di fatti così terribili, attribuire le colpe: e quindi è cominciata la ridda di sentimenti contrastanti e di sfoghi legittimi. Ma, davanti a questi nostri fratelli, davanti al dramma della vita e della loro morte, le domande si fanno più profonde, le domande cercano risposte, oltre che in noi, soprattutto nella Parola di Dio.
La ragione cerca risposte, il cuore cerca risposte, la fede cerca risposte. Giobbe non se la prende con nessuno, ma entra nel mistero. Non è questo il tempo di puntare il dito o di cadere nei luoghi comuni. Piuttosto, chiediamo al Signore di saper accogliere la Sua luce che viene dall'alto.
Carissimi, questo è il momento della fede vera, della fede nuda, quella fede nel Signore Gesù, morto e risorto per noi, che ha attraversato la morte per noi ed ha sperimentato fino in fondo il dolore: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mc 15,34). È l'ora di accogliere, di tenere stretta al cuore la buona notizia del Vangelo, pur in tanta desolazione. Proprio nella desolazione!
Dinanzi a questo grande dolore, non ci resta che fissare il volto del Cristo morente, totalmente abbandonato al Padre: solo lì, in quel cuore, ha trovato pace. Contempliamo anche Maria, la sua madre Addolorata: come il dolore di chi vede un figlio, un marito, un padre, un fratello colpito da una morte imprevedibile.
3. Siamo qui per esprimere fraterna solidarietà ai familiari. Ci sentiamo in questo momento coinvolti in una responsabilità a vivere il gesto più grande: comprendere, amare, perdonare.
È solo la croce di Gesù, l'Innocente per eccellenza, la realtà che riempie di senso la vita e la morte, e ci permette di credere che l'Amore gratuito è possibile. Cristo non minimizza il male, non fa finta che non ci siano errori e colpevoli. Ma li smaschera e vince con un amore più grande, un amore gratuito che vince ogni peccato e ogni morte. Chi crede, chi si lascia afferrare da questo amore, ama la vita, ogni vita umana, di chiunque essa sia, vincendo il male con il bene (Rm 12, 21).
4. Li vogliamo ricordare così questi nostri fratelli: Vinicio, Fortunato, Pasquale, Domenico, Rosario, Giovanni e Francesco, certi che «le anime dei giusti, sono nelle mani di Dio... sono nella pace» (Sap 3,1-3).
Il Signore stesso, Lui che scruta e conosce ogni uomo e sa cosa c'è nel cuore di ciascuno, ascolta il grido degli orfani e delle vedove. Lui non ci abbandona mai: io «sono risorto e sono sempre con te», ci rassicura il Cristo nella liturgia pasquale (cfr. Domenica di Pasqua, antifona d'ingresso). Abbiate fiducia, figli carissimi: Dio «che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?» (Rm 8,32). Dio è fedele, non manca di parola. Egli ci donerà la vita piena. Questo tempo di Avvento in attesa del Natale di Gesù di Nazareth, ci ricorda che esiste il tempo di Dio, l'eternità. Questi nostri fratelli abitano la vita e l'eternità.
Che possiate tutti, anche i ciclisti feriti, sentire la preghiera e l'affetto della Chiesa, e il sostegno giusto e generoso della società civile. Possa Lamezia Terme distinguersi per la benevolenza e l'amore, per il perdono, per il suo alto senso civico e la pace. Amen.
+ Luigi Cantafora
Vescovo di Lamezia Terme



