giu 18 2010

Omelia - Solennità del SS. Corpo e Sangue di Cristo

1. «Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure». Carissimi presbiteri, diletti fedeli, il Vangelo odierno si apre con questa immagine suggestiva. Gesù parla, insegna, ammaestra le folle. La sua Parola attrae, conquista. Tutti avvertono che è una parola vera, che infonde speranza, rialza chi è caduto e nutre l’affamato.
Egli parla del Regno di Dio, punta in alto, eleva i suoi ascoltatori ben oltre le preoccupazioni quotidiane e gli affanni della vita, per far cogliere l’amore di Dio. Gesù non vuole certamente farci evadere dal quotidiano, ma insegnarci a viverlo in profondità e verità.

2. La giornata volge al termine e gli apostoli suggeriscono a Gesù di congedare la folla, perché vada a trovare cibo e alloggio. «Voi stessi date loro da mangiare», replica Gesù. Ciò esprime la nuova logica, quella eucaristica, che egli porta nel mondo. Secondo i discepoli, ognuno avrebbe do-vuto andare a comprarsi da mangiare. Gesù invece, con le parole e il gesto della moltiplicazione dei pani, rivela lo spirito che animava tutta la sua vita: il dono gratuito di sé, per amore. Questa è la via che egli ha percorso, annunciando la Buona Novella e manifestando il suo amore verso tutti, malati, poveri, peccatori. Si è fatto servo, fino alla morte, e alla morte di croce (Fil 2,8), rendendosi vicino ad ogni uomo, anche al più miserabile, anche a chi giace nelle profondità del male. Nessuno deve ritenersi escluso da questo amore.
L’Eucaristia non solo ci insegna la via del dono di sé, ma nella celebrazione è Cristo stesso che si dona a noi, per trasformare e plasmare la nostra vita, rinnovandola nell’amore. Nell’Eucaristia l’amore di Dio «viene a noi corporalmente per continuare il suo operare attraverso di noi» (Deus caritas est, 14).
Comprendiamo così l’antica tradizione di portare per le vie della città il sacramento dell’amore. Lo facciamo per ricollocare nella storia il sacramento di un Dio profondamente innamo-rato dell’uomo, al punto da consumarsi d’amore per lui. Il Signore vuole entrare nel cuore dell’uomo tanto che, una volta accolto e ricevuto, i cristiani diventano “teofori”, “cristofori”, cioè portatori di Dio, di Cristo nel mondo. Oggi, questo gesto è visibile in modo solenne, ma non dovrebbe essere di meno ogni giorno. Se ci nutriamo del Corpo di Cristo, non possiamo condurre una vita spenta, fiacca, abitudinaria, senza slancio.
Il Santo Padre ha parlato di «coerenza eucaristica» (Sacramentum caritatis, n° 83), per dirci che l’Eucaristia ci impegna a testimoniare pubblicamente la fede. Noi non riceviamo l’Eucaristia come qualcosa di statico, passivamente: non è un bel rito che celebriamo per sentirci un po’ meglio con la coscienza. No, l’Eucaristia immette in noi il dinamismo di Cristo. Anzi, è Cristo stesso che si dona a noi, non per farci rinchiudere in un vago intimismo, ma per spingerci a vivere relazioni nuove, fraterne, gratuite, caratterizzate perfino da ciò che è umanamente impensabile: l’amore per il nemico.
Il dono eucaristico diventa compito per tutti i battezzati e impegna in particolare coloro che, per le responsabilità pubbliche che ricoprono, sono chiamati a prendere posizione fattivamente di fronte al bene comune, senza cercare corsie particolari che mirano al proprio interesse individuali-stico. L’Eucaristia inoltre impegna a promuovere la sacralità della vita umana dal concepimento alla morte naturale, la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la libertà di educazione dei fi-gli.

3. «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me… Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». In memoria di me: l’Eucaristia non è un semplice ricordo, ma è memoriale. L’evento salvifico della morte e resurrezione di Gesù si rende presente oggi per noi. Noi sacerdoti siamo ministri di questo dono. Senza i sacerdoti non avremmo l’Eucaristia. Il Signore Gesù, nella sua immensa bontà, ha vo-luto che tramite questi strumenti umani, pur deboli, la sua presenza sacramentale fosse assicurata nel mondo.
La concelebrazione odierna con il clero diocesano mi spinge a ricordare che «nell’Eucaristia sta il segreto della santificazione dei sacerdoti» (BENEDETTO XVI, Angelus, 18.9.2005). L’Eucaristia è sorgente e culmine dell’esistenza sacerdotale, che andrebbe incontro allo scadimento con celebrazioni frettolose, poco curate e a cui non ci si è preparati. Invece, «il presbitero deve essere prima di tutto adoratore e contemplativo dell’Eucaristia, a partire dal momento stesso in cui la ce-lebra» (Ibidem).
La nostra non è una missione semplicemente orizzontale. Sovente dimentichiamo che siamo alter Christus nel mondo. È necessario, invece, che appaia la sacralità della nostra missione nelle relazioni con i fedeli. Oserei dire, perfino nel modo di vestirsi. Siamo mandati ad evangelizzare e, cito ancora il Santo Padre, «la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio» (Lettera, 10 marzo 2009).
Per questo, recuperiamo la centralità dei sacramenti e dell’Eucaristia: non ridotta a rito o svalutata attraverso un’inutile moltiplicazione delle celebrazioni: meno messe e più Messa!
Durante l’anno, la memoria liturgica di numerosi santi ministri dell’altare ci spinga ad acco-gliere il loro esempio. L’Eucaristia è stato il centro della loro vita, dove hanno attinto luce e forza, per il dono generoso di sé. E hanno così a loro volta irradiato la luce di Cristo nel mondo.

4. Preghiamo dunque oggi anche per i sacerdoti. Stiamo per concludere l’Anno sacerdotale che è stato un anno pieno di tribolazioni e di dolore per il Santo Padre. L’urgenza della purificazione ci aiuti ad essere più veri, più autentici, più consapevoli della nostra dignità, a non vacillare nella fede. E voi tutti, carissimi fedeli, sostenete i sacerdoti con la preghiera e con una presenza matura, corag-giosamente veritiera.
Preghiamo anche per le vocazioni, perché il Signore mandi operai santi nella sua messe. Preghiamo per le famiglie, perché possano essere di nuovo il luogo privilegiato della tra-smissione della fede e dell’amore per l’Eucaristia. Preghiamo per gli ammalati e per tutti i sofferenti, perché trovino nel Corpo di Cristo il nutrimento, la forza per affrontare la prova. Eleviamo suppliche al Signore anche per coloro che ci governano: assicurino al popolo e alla Chiesa giorni sereni, perché regnino pace e concordia.
L’Eucaristia spinge il cristiano ad essere “pane spezzato” per gli altri, a impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno. La “Divina Liturgia” che viene celebrata nella Chiese orientali porta il nome di san Giovanni Cristostomo e anche il suo motto: «Basta un uomo pieno di zelo per trasfor-mare un popolo». Ricevere l’Eucaristia significa adorare colui che riceviamo. Lo adoriamo non solo in ginocchio, ma con una vita cristiana degna, operosa nel bene. Che il Signore guarisca col suo corpo offerto per noi ogni lacerazione, ogni ferita dell’umanità e della Chiesa.
Chiediamo infine l’intercessione di Maria «nella quale il Mistero eucaristico appare, più che in ogni altro, come mistero di luce. Guardando a lei conosciamo la forza trasformante che l’Eucaristia possiede» (Ecclesia de Eucharistia, n° 62». Maria, Vergine di Visora, prega per noi. Amen.

Luigi, Vescovo