ott 26 2009

Omelia - Ordinazione Sacerdotale dei diaconi Antonio Agostino Astorino, Francesco Decicco, Emanuele Gigliotti, Biagio Salvatore Palmeri, Michele Palmeri, Roberto Tomaino.

Cattedrale di Lamezia Terme, 24 ottobre 2009 ore 18,30

1.                «Grandi cose ha fatto il Signore per noi». Con l’animo pieno di gioia celebriamo oggi l’ordinazione sacerdotale di Antonio, Francesco, Emanuele, Biagio, Michele e Roberto. Benediciamo il Signore, per l’opera che ha compiuto nella loro vita, conducendoli al presbiterato.

Siamo grati alle loro famiglie, ai loro parroci e confessori, ai superiori e ai professori dei seminari nei quali si sono formati, alle comunità che li hanno accompagnati con la loro preghiera e il loro sostegno.

La celebrazione di oggi sigilla il cammino di tanti anni e, più che un punto di arrivo, è un nuovo inizio, perché voi possiate donarvi al Signore e alla sua Chiesa nella nuova via del sacerdozio ministeriale.

2.                «Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini - sono parole della Lettera agli Ebrei -. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza». Il prete non è un super-uomo, ma conosce le fragilità e vive quelle della sua generazione. Rimaniamo sempre discepoli, uomini bisognosi di convertirci.

Configurato a Cristo capo e pastore, il sacerdote sta in mezzo ai fratelli come servo. Questo spazza via ogni presunta superiorità, impeccabilità o infallibilità.

Pertanto, non alberghi mai in voi la tentazione di sentirvi delle persone arrivate, in cerca di ruoli e di successi. Stia lontana da voi la presunzione di non aver più bisogno né della formazione né del sostegno del vescovo e del padre spirituale. Continuate invece il vostro itinerario, cercando sempre il confronto, il dialogo, l’aiuto spirituale, per camminare verso una “misura alta” della vostra vita cristiana e sacerdotale. Lo esigono, tra l’altro, le sfide di oggi.

3.                La pagina evangelica ci racconta di un cieco, icona dell’uomo che, lontano da Cristo, vive in un grande smarrimento di sé, privo di un vero senso della vita, incapace di relazioni gratuite d’amore. Il cieco seduto, quasi paralizzato, mendica un po’ di vita.

Viene in mente Matteo il pubblicano, «seduto al banco delle imposte» (Mt 9,9), prigioniero del denaro e chiuso nel suo individualismo, ma che poi, per pura misericordia del Signore, divenne apostolo ed evangelista.

Pur avendo noi sperimentato alcune vittorie del Signore sulle nostre cecità, di fronte alla croce vediamo soltanto l’insuccesso, il fallimento, e non la resurrezione. Abbiamo così bisogno che Cristo ci apra gli occhi sempre, nuovamente, per scoprire nella vita la forza della sua parola e del suo amore gratuito, e l’efficacia della via della croce.

Il cieco grida, si rivolge al Signore, ma «molti lo rimproveravano perché tacesse»: le folle, il sentito dire, larghe fasce della cultura nella quale siamo immersi, ci spingono a respingere Cristo e ad essere indifferenti.

Ma il cieco ascoltò e intuì, nella fede, chi era colui che passava. E gridò, rivolgendosi a lui con tutto se stesso. Ci insegna dunque a non rimanere ripiegati sulle nostre tenebre, che a volte ci abitano. Volgiamoci invece a colui che con il suo amore può guarirci, gratuitamente. Egli ha trasformato un uomo inerme in un discepolo coraggioso. È il miracolo di chi, nella preghiera, si arrende incondizionatamente al Signore.

Infatti, dopo l’incontro con Cristo, il cieco «subito vide di nuovo». Il verbo greco anablépo significa sia “vedere di nuovo” sia “guardare in alto”. Gesù abilita il cieco a sollevare lo sguardo verso il cielo, dove si trova il Cristo innalzato in croce, che toglie dal cuore il veleno del serpente, la menzogna che Dio non è amore e che la vita è un inferno, in cui siamo condannati a vivere da egoisti integrali.

Solo così il cieco diventa vedente, guarda in alto, ha un nome, non va via triste come quel tale ricco… Ora ci vede. Ai suoi occhi si disvela il mistero insondabile dell’amore del Crocifisso Risorto, icona del Padre, segreto della felicità e vero senso della vita.

3.      È significativo che il Cristo voglia avvalersi di collaboratori per compiere la sua opera mirabile. Si avvale della sua Chiesa, si avvale dei sacerdoti, si avvale di tutti noi.

L’evangelista sottolinea che Gesù fa chiamare il cieco: si serve così di noi, “strumenti insufficienti”. Associa a lui proprio noi, folgorati dalla sua luce, per collaborare alla sua opera di salvezza.

Figli carissimi, siate pastori appassionati: Cristo vuole servirsi di voi per incontrare e riscattare tanti fratelli che giacciono nel buio, nel deserto, nella lontananza da Dio. Vivere per Cristo significa «lasciarsi coinvolgere per» (Benedetto XVI).

Rinasce così la speranza, che è sempre speranza per gli altri. Il prete, che annuncia l’evangelo con forza, ma che anzitutto si lascia abitare da esso, è un prete che ha scelto di abitare il territorio. E così lo cambia.

4.                Il cieco poi, «gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù». Il mantello era tutta la sua ricchezza.

Ma egli lo getta via, lascia ogni sicurezza, tutto quello che ha, si fida totalmente del Signore.

Il prete è chiamato a mettere in gioco tutto se stesso, nulla anteponendo a Cristo e all’obbedienza a lui solo: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26).

La vita sacerdotale non è ricerca del successo né una marcia trionfale, ma è la via del rinnegare sé stessi, è la via della croce, del dono di sé per amore. È sequela di Cristo, casto, obbediente e povero, «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 45,3).

5.                Il sacerdote è un consacrato, un uomo scelto da Dio, che gli appartiene come sua proprietà. Il prete non fa grande se stesso, ma vive in unione con Cristo, una vera sponsalità.

Nell’ottica della sponsalità, acquista luce il celibato.

Esso non è una mera legge ecclesiastica né una trovata per non avere problemi familiari! Il presbitero è configurato a Cristo. E «la Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l’ha amata» (Pastores dabo vobis, 29).

Non basta il celibato come condizione giuridica esteriore. Siamo chiamati ad essere vergini, ad avere un cuore vergine, donato totalmente a Cristo e ai fratelli. Ciò richiede un combattimento quotidiano. Ma, non dimentichiamolo, Dio combatte con noi. Davanti ad un mondo che ci incanta con tanti falsi amori, che poi diventano idoli, noi, voi desiderate professare l’amore unico e totale per il Signore Gesù.

Sia questa la vostra forza!

Carissimi, tra poco farete la promessa di obbedienza. Il sacerdote, infatti, è un uomo consegnato come Cristo al Padre. Vive l’obbedienza all’apostolo, al vescovo, di cui riconosce il dono di guida e di discernimento. Si consegna così al Padre, come colui che «imparò l’obbedienza da ciò che patì» (Eb 5,8).

Cristo offre a ciascuno di noi «la grazia di poter insieme a lui addurre la prova dell’amore perfetto, che giunge fino a preferire la volontà di un altro alla propria, anche nella notte del non capire più» (H. U. von Balthasar, Gli stati di vita del cristiano).

L’obbedienza così vissuta si traduce anche nella ricerca della comunione con i confratelli del presbiterio, superando competizioni, invidie e rivalità. Questi sono i preti autorevoli, perché «solo chi sa obbedire in Cristo, sa come richiedere, secondo il Vangelo, l’obbedienza altrui» (Pastores dabo vobis, n° 28).

Il prete obbedisce poi “pastoralmente” anche al suo gregge, non perché ne accoglie indiscriminatamente ogni richiesta, ma perché sa farsi carico della sua fame di Vangelo e di amore. Il prete è così un uomo che si consuma, che si lascia mangiare dalla sua gente perché, secondo la Parola del Signore, «c’è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35).

Infine, il presbitero è chiamato ad una vita sobria, vivendo uno stile di povertà.

Il prete dona e condivide tutto con cuore generoso, perché è uno con Dio: «Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi: la mia eredità è stupenda». (Sal 16,6).

Fa eco a questa parola san Giovanni Maria Vianney: «Il mio segreto è sem­plice: dare tutto e non conservare niente» (Citato in Benedetto XVI, Lettera per l’indizione dell’Anno Sacer­dotale).

La povertà non è disprezzo dei beni materiali, «ma è uso grato e cordiale di questi beni ed insieme lieta rinuncia ad essi con grande libertà interiore, ossia in ordine a Dio e ai suoi disegni» (Pastores dabo vobis, 30).

6.                La gioiosa accoglienza dei consigli evangelici esalta nel presbitero la sua donazione radicale e profetica, in questa generazione che cerca testimoni, più che maestri.

È questo il mio augurio e la mia preghiera per voi, carissimi Antonio, Francesco, Emanuele, Biagio, Michele e Roberto: che possiate essere pastori secondo il cuore di Dio (Ger 3,15), e la vostra vita epifania del suo mistero di amore.

È un dono immenso, incommensurabile, quello che oggi ricevete: «Oh come il prete è grande!… Se egli si comprendesse, morirebbe», diceva nel suo santo e semplice stupore il Curato d’Ars.

Così, abbiate cura di custodire e ravvivare sempre il dono voi affidato, con l’ascolto della Parola, la preghiera, i sacramenti, lo studio, lo zelo nel ministero.

E Maria, Vergine, Sposa e Madre, vi custodisca con la sua intercessione. Amen.