S. Messa del Crisma: Giovedì Santo 9 aprile 2009
Omelia del Vescovo
1. «Ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,6).
Salga, in questo rito solenne, carissimi presbiteri, il nostro grazie al Signore, per il dono del sacerdozio ministeriale: siamo conosciuti fin dal seno materno (Gal 1,15), amati gratuitamente, sostenuti dalla Sua fedeltà incrollabile.
A noi si uniscono i diaconi, le comunità religiose, i fedeli laici: insieme, costituiamo «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 2,9).
Vivo è oggi il nostro ricordo degli assenti, sofferenti nel corpo o nello spirito: il Signore li custodisca tutti nel Suo amore e non faccia mai mancare loro la nostra preghiera, il nostro affetto, la nostra attenzione fattiva.
Abbiamo pregato nella Colletta di poter essere nel mondo testimoni della salvezza di Cristo: questo ci spinge a rinsaldare i vincoli di unità della nostra Chiesa diocesana, per poter proclamare l’ammirabile luce del Vangelo.
2. Carissimi presbiteri, mi piace salutarvi oggi come “primizia”: «Israele era cosa sacra al Signore, la primizia del suo raccolto» (Ger 2,3). L’idea biblica è che le primizie, consacrate a Dio, esercitano un influsso benefico sul resto del raccolto: così è per Israele (Ger 2,3), per i cristiani (Gc 1,18), per i primi chiamati alla fede di una regione (Rm 16,5; 1Cor 16,15), per i vergini (Ap 14,4).
Lasciamoci, dunque, condurre dalla parola dell’Apostolo: «Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta» (Rm 11,16). Sappiamo che «tutti i fedeli di qualsiasi stato o grado sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità» (LG, 40).
Secondo l’intuizione di Giovanni Paolo II, questa chiamata alla santità si applica in modo particolare ai presbiteri, «non solo in quanto battezzati, ma anche e specificamente in quanto presbiteri, ossia ad un titolo nuovo e con modalità originali, derivanti dal sacramento dell’Ordine» (Pastores dabo vobis, 19).
Il dono di Dio richiede un atteggiamento grato e responsabile. Mentre ci apriamo alla benedizione, rinnoviamo con passione i sacri impegni assunti, stringendoci sempre più intensamente al Signore, modello del nostro sacerdozio.
3. L’essere primizia ci spinge ad osare sull’Evangelo ed essere strumenti di santificazione per tutta la pasta. Abbiamo fiducia: il Si-gnore prepara il raccolto, dispone i cuori, apre strade perfino nel deserto (Is 43,19).
Siamo mandati ad «per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista…» (Lc 4,18).
Feriti, colpiti anche noi dall’Evangelo, contagiamo appassionatamente il raccolto. Questa generazione potrà così incontrare il Cristo, morto e risorto, il Vivente: egli ci ama gratuitamente, ci salva e dischiude veri orizzonti di senso e di pace per tutti.
4. Ma in quali condizioni la Buona Notizia raggiunge oggi la nostra Chiesa? Certamente, non mancano povertà antiche e nuove, verso le quali deve rivolgersi la nostra attenzione, il nostro aiuto, sia spirituale che materiale.
Abbiamo bellissime potenzialità, ma viviamo tante contraddizioni, che anche il recente convegno delle Chiese del Sud ha evidenziato.
Pensiamo a quella che è stata chiamata “cultura della passività”, che va di pari passo con il fatalismo e la concezione ciclica della storia. È una cultura che insinua che non ha senso impegnarsi, perché il futuro ripeterà il passato, nulla mai cambierà.
Inoltre, irrompe il cosiddetto “postmoder-no” e si verifica l’impatto con la civiltà dei consumi e la cultura mediatica, portatori di raf-finate tecniche, ma anche di vuoti etici e di religiosità senza basi di storia né di verità.
Le nostre parrocchie - unanime è stata l’analisi a Napoli - rimangono spesso chiuse nell’erogazione di servizi cultuali, ma sembrano incapaci di incidere nella vita concreta dei fedeli, di far fermentare una pasta segnata da sacche di immoralità, corruzione e mafiosità. Si vive in una “pastorale difensiva”, custode dell’esistente, senza inventiva.
Manca generalmente la dovuta attenzione alla Dottrina sociale della Chiesa, con le sue ampie prospettive, religiosamente appassionanti e umanamente liberanti.
Inoltre, sia nella realtà civile che in quella ecclesiale, si assiste ad una grande frammentazione, con tendenze all’isolamento e all’individualismo.
Tutto questo, carissimi, richiede ben altro approfondimento, che consideri anche i tanti passi importanti fatti in questi anni, il servizio insostituibile reso da voi parroci e sacerdoti, dai diaconi, dalle comunità religiose, dai nostri fedeli, con gesti talvolta eroici, talvolta ordinari, nascosti nel quotidiano, ma preziosi.
5. Ma, «togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova» (1Cor 5,7). Ravviviamo in noi il fuoco del Vangelo, il dinamismo appassionato e missionario per annunziarlo.
Senza questo slancio non si va lontano, non si diradano le tenebre. E si rischia di rivestire il vecchio di nuovo e diventare una Chiesa che ha i progetti, ma stenta a metterli in atto.
Il nostro Progetto Pastorale Diocesano rimane per tutti una guida importante e ci spin-ge a portare il fermento del Vangelo a coloro che vivono ben oltre la soglia delle nostre iniziative, dei nostri documenti e delle nostre pa-role.
Si impone con forza, in questo anno pao-lino, il monito dell’Apostolo: «Guai a me se non predicassi il Vangelo!» (1Cor 9,16). Per Paolo è una necessità: egli è travolto dalla forza prorompente del Vangelo, che lo coinvolge totalmente, per un servizio gratuito e incondizionato. Egli è “sequestrato”, “forzato” (1Cor 9,16) dalla Buona Notizia: ne è schiavo, e proprio per questo è profondamente libero!
L’esperienza di Paolo sembra ormai fuori moda. Siamo nel tempo del dialogo, talvolta però spinto a tal punto da perdere la nostra autenticità cristiana. Ed è il tempo del cristianesimo ridotto ad umanesimo, ad un vago volersi bene a patto di non essere l’uno custode e fratello dell’altro, ad un buonismo spinto fino a negoziare i valori “non negoziabili”. La stessa missione sembra un retaggio del passato, così come annunciare la croce e la conversione!
Invece, da quando la luce di Cristo ha brillato sul suo cammino, dall’evento di Dama-sco in poi, per Paolo è stato impossibile tacere la Parola o pensare solo a se stesso.
Ci aiuti lo Spirito Santo a ripartire con slancio rinnovato. Da un’evangelizzazione profonda, da una formazione non di superficie, capace di entrare nei nodi vitali, di incidere sulla mentalità, anche la vita civile ne avrà impulsi e ricadute positive.
6. Una ultima parola, carissimi, sul nostro essere presbiterio e, più in genere, sul nostro essere Chiesa. L’evangelizzazione non è opera di battitori liberi, ma della comunità ecclesiale.
La nostra Diocesi ha bisogno dell’apporto di tutti, sintonizzati con Cristo e in comunione con il Vescovo e la Chiesa. Nessuno rischi di correre o aver corso invano (Gal 2,2), per mancanza di comunione.
Lasciamoci incoraggiare dalla parole di Ignazio di Antiochia: «Nessuno guardi il prossimo secondo la carne, ma in Gesù Cristo amatevi sempre a vicenda. Nulla sia tra voi che vi possa dividere, ma unitevi al vescovo e ai capi nel segno e nella dimostrazione dell’incorruttibilità» (Lettera ai cristiani di Magnesia, 6, 1).
L’amore e l’unità sono i segni distintivi della comunità ecclesiale. Nel mondo, in questo nostro territorio, siamo chiamati ad essere come primizia di santità, a tenere alta la Parola di vita (Fil 2,15), a mostrare la “differenza cristiana”.
7. E la Vergine di Conflenti, che in questo tempo si è fatta “pellegrina” in tante nostre parrocchie, ci custodisca con la sua intercessione.
Maria, «accogli fin dall’inizio i chiamati, proteggi la loro crescita, accompagna nella vita e nel ministero i tuoi figli, Madre dei sacerdoti. Amen!» (Pastores dabo vobis, 82).

