giu 30 2010

La città festeggia i Patroni Pietro e Paolo

Grande festa in città in occasione delle celebrazioni in onore dei patroni Santi Pietro e Paolo. Ieri mattina si è tenuta la santa messa concelebrata dal vescovo monsignor Luigi Cantafora, affiancato da tutti i sacerdoti lametini. La messa è stata officiata nella chiesa cattedrale, gremita di fedeli. In serata invece in migliaia hanno preso parte alla tradizionale processione che si è svolta per le vie principali della città. Festeggiamenti che si sono conclusi con i classici fuochi d’artificio. La comunità lametina è particolarmente legata ai Santi Pietro e Paolo.

Nel corso della Liturgia è stato conferito il ministero dell’accolitato al seminarista Carlo Ragozzino, della Parrocchia di San Raffaele Arcangelo in Lamezia Terme. Sono stati inoltre ammessi tra i candidati agli ordini sacri, il seminarista Domenico Coffani della Parrocchia della Pietà in Lamezia Terme e Frà Umile (al secolo Davide Caudana) dei Piccoli Fratelli della Via.

Omelia - SS. Pietro e Paolo - Cattedrale di Lamezia Terme, 29 giugno 2010 ore 10,30

1. «Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode». Il Salmo apre oggi il nostro cuore alla benedizione e alla lode del Signore, per le meraviglie che ha operato nei santi apostoli Pietro e Paolo, colonne della Chiesa, patroni della nostra Diocesi. Non ci manchi mai la loro intercessione, mentre desideriamo metterci sulle loro orme.
Saluto affettuosamente tutti voi, rivolgendo un pensiero particolare ai presbiteri. Ringrazio per la sua presenza S.E. Mons. Francesco Focardi, Vicario Apostolico di Camiri, che ci porta l’eco della Chiesa boliviana. Saluto ancora monsignor Antonio Parisi, consulente per la Musica Sacra della Conferenza Episcopale Italiana, che è a Lamezia per alcuni incontri formativi con i nostri cori. Grazie infine alle autorità civili, che sono qui intervenute.
L’Anno Sacerdotale appena concluso ci spinge a portare nel cuore gli insegnamenti, gli am-monimenti e gli auspici del Santo Padre Benedetto XVI, perché si rinnovi il nostro zelo nel servizio ecclesiale.

2. Sono di aiuto alla nostra meditazione le parole della seconda lettera a Timoteo. L’esempio dell’Apostolo delle genti appare nel suo splendore, per tutti i fedeli e per noi sacerdoti in particola-re.L’orizzonte della morte di Paolo ormai vicina non ha affatto il sapore della disfatta, ma piuttosto del martirio, del compimento del dono di sé, che ha caratterizzato tutta la sua vita. La sua morte ri-vela il segno estremo della sua auto-donazione e apre alla speranza della meta ultima del cammino di ogni discepolo di Cristo. La morte sigilla così una vita spesa per amore del Vangelo e delle comunità ecclesiali.
Giocarsi la vita, rischiare di persona, per amore di Cristo e del gregge, è ciò che deve carat-terizzare la nostra vita come sacerdoti. Sottolineava recentemente Benedetto XVI quanto sia impor-tante che i fedeli vedano nel prete non una persona che lavora in determinati orari, e poi conduce una vita egoistica, ma piuttosto - cito testualmente - «un uomo appassionato di Cristo, che porta in sé il fuoco dell’amore di Cristo» . Infatti, «la testimonianza resa con la vita qualifica il pre-sbitero e ne costituisce la più convincente predicazione» .
Pensiamo alla grandezza e alla bellezza del nostro essere sacerdoti e del nostro ministero. Noi non siamo come gli impiegati di un’azienda. No! Siamo presenza sacramentale di Cristo: il Signore si serve di noi, poveri uomini, per continuare la sua presenza e la sua opera in questa generazione.

3. Allora, carissimi, mettiamo tutto il nostro impegno per corrispondere alla chiamata del Si-gnore, per vivere in modo degno della santità cui ci spinge il nostro battesimo e la nostra ordinazio-ne. Rendiamo più coerente ed efficace la testimonianza sacerdotale, con una vita fatta di coraggio evangelico e dedizione pastorale, senza rinchiuderci negli angusti confini del tornaconto personale. Si compia in noi la parola: «Mi divora lo zelo per la tua casa» (Sal 69,10).
La missione apostolica di Paolo è paragonata ad una corsa e ad una lotta: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede». Ma l’Apostolo, nelle fatiche e nei pericoli, è rimasto fedele ai suoi impegni. Prosegue il testo: «Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto mi consegnerà in quel giorno». Paolo ci apre così alla prospettiva del cielo, alla meta del nostro pellegrinaggio. E ci rimanda alla fedeltà di Dio. La corona di cui parla è quella della giustizia: l’accento, più che sul merito dell’atleta, è sulla giustizia del Si-gnore, sulla sua fedeltà che non delude, né in questo secolo né in quello venturo. Preghiamo oggi che questa parola possa compiersi nella vita di ogni sacerdote, consapevoli che il nostro dono ridonda a vantaggio del nostro popolo e di tutta la Chiesa.

4. La cura del gregge è l’espressione concreta del nostro amore verso Cristo, il «pastore e cu-stode» (1Pt 2,25) delle nostre anime. Sulle orme del Cristo, il pastore bello e buono, che dona la vita per le pecore, il presbitero non rassomigli al mercenario, al quale «le pecore non appartengono» né «gli importa delle pecore» (Gv 10,12.13).
La grandezza di un presbitero non consiste nell’ufficio che ricopre, che agli occhi degli uo-mini può essere più o meno importante. Non si misura secondo la centralità e l’estensione della sua parrocchia. Un prete è grande se nella propria vita non fa grande se stesso, ma il Signore, acco-gliendo in modo docile e obbediente la sua volontà e vivendo generosamente nel dono di sé.
Non si può separare l’amore di Cristo dall’amore verso le pecore. Così scrive sant’Agostino a proposito del dialogo del Risorto con Pietro: «Pietro, mi ami? quasi a dire: Che mi offrirai quale prova che mi ami? [...] Come a dire: Questo mi darai, questa prova mi offrirai se mi ami: che tu provveda a pascere le mie pecore» .
L’unità profonda con Cristo e la dedizione totale al gregge non si possono separare: non si dà l’una senza l’altra. Il tutto si esprime nella comunione ecclesiale: «Come il Signore nulla fece senza il Padre col quale è uno, né da solo né con gli apostoli, così voi nulla fate senza il vescovo e i presbiteri» . Ignazio di Antiochia ci rimanda poi all’unità profonda, all’intimità che siamo chiamati ad avere con il Cristo: «Accorrete tutti come all’unico tempio di Dio, intorno all’unico altare che è l’unico Gesù Cristo che procedendo dall’unico Padre è ritornato a lui unito» .
È il Signore la sorgente, la radice del nostro apostolato. Ad immagine di Cristo e profonda-mente uniti a lui, i presbiteri possono buttarsi nella missione, spendendo se stessi, donandosi per amore della Chiesa, fino allo scandalo della croce.
Anche voi, giovani seminaristi, che muovete i primi passi verso la vita presbiterale, conside-rate bene che «chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero» . Anche per noi vale la parola: «Chi vuole salvare la propria vita la perderà» (Lc 9,24). Il sacerdote che avesse di mira ambizione e successo finirebbe con l’essere prigioniero, schiavo del proprio io e dell’opinione altri, per cui, pur di non perdere la stima e la considerazione, tradirebbe la stessa verità: «Un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso» . Invece, fondamento della vita sacerdo-tale autentica è il coraggio di accogliere non la propria volontà, ma quella del Signore. Questo non significa affatto mortificare la propria singolarità, ma piuttosto entrare «sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero» .

5. Per entrare ogni giorno nella volontà di Dio e per ravvivare il dono ricevuto, è indispensabile impegnarsi nella formazione permanente e nella cura della vita spirituale. Coloro che disattendono la formazione, nascondendosi dietro pretesti, non cercano il bene alla Chiesa e non tengono in gran conto neppure la propria felicità.
Il cammino formativo ci fa consapevoli che il Signore sempre ci è vicino con la sua fedeltà indefettibile. Scrive Paolo: «Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato la forza, perché io po-tessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo». Ma l’intimità con il Signore va coltivata e amata. L’Ufficio delle letture ultimamente ci ha fatto meditare sulla figura di Sansone. L’uomo forte cede alle lusinghe della donna e svela il suo segreto, il segreto della forza che gli derivava dal Si-gnore. Invece, proprio questo segreto, questa intimità con il Signore va custodita, contro ogni insidia che proviene dalla carne, dal mondo e dal demonio. Invece, il ricercare divertimenti frivoli, il rincorrere le mode, l’ostentare originalità, l’apparire, non giovano a noi stessi e confondono gli stessi fedeli.
Piuttosto, siamo chiamati a generare e a far crescere in noi il Cristo. Facendo un similitudine con Maria, sant’Ambrogio spiega che questo può avvenire purché l’anima «serbandosi senza mac-chia e libera dal peccato, custodisca con intemerato pudore la castità» . Questo “intemerato pu-dore” aiuti anche i presbiteri a custodire la vita di fede, il dono del sacerdozio e il celibato, per spendersi in modo davvero sponsale nel ministero.
Del resto, talvolta si anche corre il rischio di buttarsi generosamente in molteplici attività pa-storali, che si fermano alla pre-evangelizzazione e non mirano a creare laici maturi, capaci di assu-mere responsabilmente la loro missione.
Anche l’attivismo porta a trascurare la preghiera. Così più facilmente ci si può smarrire e può insinuarsi in noi una mentalità mondana, che spinge ad essere pigri e a mormorare, a cercare gratificazioni umane, ad attaccarsi al ruolo, alle persone, ai beni. Si finisce così per perdere lo “smalto” di uomini di Dio, e si diventa impiegati, burocrati del sacro.
Accanto alla partecipazione alla proposte diocesane di formazione permanente per il clero, specie per i più giovani, occorre una cura costante della propria vita sacramentale, specie con la per-sonale celebrazione della Penitenza.
Dobbiamo poi permettere alla Parola di Dio di scendere fino alle profondità del cuore, lad-dove si giocano le decisioni della vita piccole e grandi, per buttarci dalla parte di Dio, avendo slan-cio, passione per il vangelo. La Parola accolta ci permette di dare una sterzata ai compromessi di una vita spesa in un modo che si misura su noi stessi e non sul dono di Cristo, che per noi pensa in grande, chiamandoci alla santità.
Anche la fraternità sacerdotale, e la stessa vita in comune tra i presbiteri, è di grande aiuto, quando ci si incoraggia a vicenda nella verità e si ha anche il coraggio di correggersi, anzi non ci si dà pace finché il fratello non ritorna sulla retta via.
Volgiamoci così infine alla Vergine Maria: «Beata colei che ha creduto» (Lc 1,44). Ci affi-diamo alla sua intercessione, insieme a quella dei nostri santi Patroni, per essere sempre più docili e disponibili alla volontà di Dio. Amen.

Luigi, Vescovo