giu 21 2009

Inaugurazione dell’Anno del Sacerdote

Omelia - Solennità Sacratissimo Cuore di Gesù
Inaugurazione dell’Anno del Sacerdote
Lamezia Terme, 19 giugno 2009

1. «Proprio a me, l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia…» (Ef 3,8). Non troviamo parola più significativa, carissimi presbiteri, per introdurci in questo Anno del Sacerdote, voluto dal Santo Padre Benedetto XVI, nel 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney.Apertura anno sacerdotale in cattedrale
L’Apostolo ci rimanda alla gratuità del dono di Dio, affidato proprio a noi, alle nostre persone.
Ricordiamo oggi anche i confratelli as-senti, per malattia o altre ragioni: il Signore tocchi il cuore di ciascuno con il balsamo della consolazione e apra strade di unità e di riconci-liazione.
Sosteniamoci l’un l’altro con la preghiera e la vicinanza affettuosa e chiediamo ai religio-si, alle religiose e ai fedeli laici di accompa-gnarci con la loro intercessione.
2. La Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù ci riporta alla sorgente della nostra vita, della nostra vocazione, del nostro ministero: è nel cuore trafitto del Crocifisso Risorto che si manifesta l’amore misericordioso del Padre.
Vogliamo così anzitutto aprirci allo stu-pore ed al ringraziamento per il dono ricevuto. Veniamo dall’amore di Dio, tutto il mondo proviene da questo amore. E di questo amore siamo testimoni, per questa generazione!
L’efficacia del ministero sacerdotale non si misura sulla realizzazione delle “cose da fare” o sui ruoli ricoperti più o meno “prestigiosi”, ma dall’essere innestati vitalmente in Cristo.
La sorgente del nostro ministero e della nostra gioia è la nostra risposta generosa alla vocazione: il cuore donato, consacrato a Cristo Signore.
Il Curato d’Ars ne è un mirabile esempio: uomo “sposato”, votato al suo piccolo gregge, in obbedienza filiale al proprio pastore.
Per lui le anime costano il sangue di Cristo e «il sacerdote non può dedicarsi alla loro salvezza se rifiuta di partecipare personalmente al “caro prezzo” della redenzione» (BENEDETTO XVI, Lettera per l’indizione dell’Anno Sa-cerdotale). Il Santo Curato affermava con can-dore la sua ricetta: “Do ai peccatori una peni-tenza piccola e il resto lo faccio al loro posto”.
Al centro della sua vita ci fu il desiderio di “respirare amando il Signore… di amarlo fino all’ultimo respiro e.. di morire amandolo”.
Il prete, come il Cristo, in continuo dialo-go con il Padre, vive il suo celibato perché il suo unico amore è il Signore e la passione per Lui è il fuoco da effondere.
San Paolo sottolinea il dono a lui affidato di evangelizzare i pagani, di annunciare «le imperscrutabili ricchezze di Cristo». E «Dio è la sola ricchezza che, in definitiva, gli uomini desiderano trovare in un sacerdote» (Discor-so, 16 marzo 2009).

Le varie iniziative di quest’Anno Sacerdotale, secondo gli auspici del Papa, dovranno aiutare a far comprendere l’importanza del sa-cerdote per la Chiesa e la società, contro i ten-tativi di “diluizione” della dignità sacerdotale!
Ma quest’Anno è prima di tutto per noi: ci aiuti a tendere verso la santità. Il Santo Padre lo ha indetto per questo: per favorire - sono parole del Papa - la «tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero» (Di-scorso, 16 marzo 2009).
Una solida vita spirituale, un duraturo rapporto con il Signore, non s’improvvisa. Non possiamo trovarci pronti per i grandi momenti, le svolte, le tentazioni, se quotidianamente non si costruisce sulla roccia che è Cristo.

3. Per il bene della Chiesa, e per il nostro bene, il Signore ci ha affidato un dono particolare, da noi immeritato, il sacerdozio ministeriale.
Siamo ministri, servi della Parola e della Grazia; impariamo inoltre una inesauribile fiducia nel Sacramento della Penitenza e della misericordia.
Così, possiamo dire che il prete c’è per la vocazione altrui. Un’incrollabile fiducia ci radica nella certezza che per ogni creatura umana sussiste un dono, che è rivelazione dell’eterno amore di Dio. Questo vale per tutti: direi che un prete esprime pienamente la sua vocazione nel riconoscere quella altrui.
Noi ci siamo per favorire l’azione di Cristo nel cuore di ciascuno, perché ciascuno possa vivere la vocazione e missione che il Signore gli affida. «Il prete non è per sé - sono le parole del Santo Curato - lo è per voi», per tutti gli uomini.
Il sacerdozio ministeriale non ci rende superiori a nessuno, anzi! «Proprio a me, l’ultimo fra tutti i santi, è stata concessa questa grazia…».
Abbandoniamo la tentazione di sapere tutto, di reggere tutto e di essere presenti in tut-to, spesso con grave disagio dei fedeli.
Noi abbiamo il “carisma della sintesi” e non siamo la “sintesi dei carismi”: occorre una pre-senza vigile, discreta e - perché no? - affettuosa ai doni dello Spirito, capace di creare comu-nione.
Circa il rapporto con i laici, con il Santo Padre ribadiamo che bisogna passare «dal con-siderarli “collaboratori del clero” a ricono-scerli realmente “corresponsabili” dell’essere e dell’agire della Chiesa, favorendo il consoli-darsi di un laicato maturo e responsabile» (BENEDETTO XVI, Discorso apertura del Con-vegno pastorale della Diocesi di Roma, 26 maggio 2009).
Così, impariamo a stimare la vocazione di ciascuno, confratelli, religiosi e religiose, laici. Questo ci renderà meno aridi, meno scontrosi, in una corsa faticosa che rischia di partorire vento!
Il prete non deve essere “un funzionario”. Il prete è “uno” che c’è, è presente, è per tutti, anche se non arriva, non può arrivare dapper-tutto!
Esserci per tutti significa anche muoversi, visitare, vivere la passione pastorale, l’inquietudine missionaria, accettando i propri limiti, ma senza pigrizia! Devono poter dire i nostri laici, come per il Santo Curato: “Seppe abitare attivamente in tutto il territorio della Parrocchia”.
Soprattutto, occorre qualificare la nostra presenza per una vicinanza non dettata da criteri mondani. Anche per noi vale il monito di non conformaci alla mentalità pagana dominante, ma di cercare sempre, non noi stessi, ma la volontà di Dio (cfr. Rm 12,1-2).
Un sacerdote assume autorevolezza se è di Cristo, se comunica un cuore che è stato conquistato da Cristo, con uno stile di vita che faccia trasparire questo. Dice il Siracide: «Il vestito di un uomo, la bocca sorridente e la sua andatura rivelano quello che è» (19,30).
I presbiteri - cito il Santo Padre - devono essere «riconoscibili sia per il giudizio di fede, sia per le virtù personali sia anche per l’abito» (Discorso alla Plenaria della Congregazione per il Clero, 16 marzo 2009).
Il nostro stile di vita parli di Cristo. Il no-stro modo di parlare, di confortare, sia di Cri-sto!
Così la povertà. Si avverte l’esigenza di una maggiore povertà dei presbiteri come e-sempio luminoso che l’unica nostra ricchezza è Cristo Signore! Il prete è chiamato a vivere in condizione di povertà: mi riferisco sia al modo di inquadrare la propria vita, sia al modo di ge-stire gli impegni e il lavoro, a tutti i livelli e in tutte le dinamiche della nostra missione a ser-vizio dell’Evangelo.
Non si tratta soltanto di pensare ai poveri e di operare a loro vantaggio, il che non è poco, sia in ambito locale che mondiale. Bensì, oc-corre diventare poveri, nel senso di una vera dipendenza da Dio, rimuovendo procedure det-tate dal potere, dal compromesso e dalla ricer-catezza.
Questo stile sobrio rende la presenza del prete autorevole a tutto campo, nella società e nel cuore della gente. “Il mio segreto è semplice, dare tutto e non conservare nulla”, diceva il Curato d’Ars.
5. La seconda lettura di Paolo ci introduce nelle dimensioni cosmiche della nostra missione ecclesiale.
Proprio in un mondo lacerato da forze e poteri disgregatori, da divisioni, dal non senso, la comunità dei credenti è chiamata ad essere testimone della sapienza di Dio, che risplende sul volto del Crocifisso. La bella testimonianza che il mondo attende è proprio l’unità e la co-munione nell’amore.
Una comunità ecclesiale riconciliata, di-schiude agli uomini e alle donne del nostro tempo la sapienza della Croce (cfr. 1Cor 1,18; Ef 2,14-22).

6. Alla luce di quanto detto, risaltano ancor di più le parole del Santo Padre, che ha qualifi-cato con quattro aggettivi le dimensioni della missione del sacerdote nella Chiesa: «ecclesia-le, comunionale, gerarchica e dottrinale» (Discorso, 16 marzo 2009).
Il sacerdote, infatti, non porta se stesso né una sua dottrina, ma il tesoro di Cristo trasmes-so dalla Chiesa.
E non è un uomo isolato dalla comunione ecclesiale, con il vescovo, con i confratelli, con i consacrati, con i fedeli laici. La sua umanità è al servizio di Cristo, perché sia veicolo della Buona Notizia, attraverso l’annuncio, i sacra-menti, la guida della comunità e la testimo-nianza della carità.

7. Volgiamo dunque lo sguardo al Cuore trafitto del Cristo, la sorgente della nostra fede, il cuore di tutta la storia della salvezza. L’icona del Cuore di Gesù ci annuncia la follia del suo amore gratuito, l’abisso del suo dono, fino all’estremo dell’amore.
«La grande sventura per noi preti - deplo-rava il Santo Curato - è che l’anima si intorpi-disce». Così si entra in un cinismo, che lenta-mente spegne la gioia di essere prete.
Per questo, affidiamo la nostra vita e il nostro ministero sacerdotale alla Vergine Maria, che oggi vogliamo venerare attraverso l’icona, che riproduce il “quadro divino” della Madonna della Quercia, tanto cara ai fedeli di tutta la Diocesi. Maria, Madre dei sacerdoti, prega per noi. Amen.