feb 09 2010

11 FEBBRAIO GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

Il messaggio offerto dal Papa per la giornata del malato 2010 ci richiama a una visione di Chiesa dedicata e impegnata soprattutto al servizio di chi soffre nel corpo e nello spirito,seguendo così l’esempio di Gesù nostro maestro e fondatore che è passato beneficando e sanando tutti coloro che erano oppressi dal peccato,dal dolore e dalle malattie.”Gesù-raccontano i vangeli-percorreva tutte le città e i villaggi insegnando nelle loro sinagoghe,predicando il vangelo del regno e curando ogni sorta di malattie e infermità”Mt.9,35.
La giornata quindi deve costituire un richiamo forte a non dimenticare quanti vivono accanto alle nostre abitazioni e alle nostre parrocchie con lo strazio nel cuore per la solitudine, l’emarginazione, la disoccupazione, la disabilità, la fame, il freddo, l’abbandono o la disperazione,non dedicando loro l’attenzione di un giorno, ma assicurando nei loro riguardi un impegno costante continuo che deve durare tutto l’anno.
La giornata vuole soprattutto richiamare i cristiani praticanti a non ridurre la fede alle sole pratiche di pietà e alle messe domenicali, ricordando loro le severe parole del vangelo: “chi dice di amare Dio e non ama il prossimo è bugiardo”e”la fede senza le opere è morta”.
Gesù infatti prima di istituire l’Eucaristia,lavò i piedi ai suoi discepoli,spiegando loro il gesto che non vi può essere amore di Dio,se questo non si riversa inevitabilmente sul cuore dell’uomo; il grande mistero della presenza viva di Gesù nella Eucaristia ci deve portare a scoprire l’altro grande mistero della presenza viva di Gesù in quanti soffrono. Lo stesso Gesù che ha detto: “Questo è il mio corpo”,ha anche detto: “qualunque cosa avrai fatto al più piccolo dei miei fratelli,l’hai fatto a me. Io ero povero,affamato,assetato,pellegrino,malato, e tu mi hai accolto,mi hai curato,mi hai visitato”. L’Eucaristia domenicale deve pertanto ricreare in ciascuno di noi e nell’intera comunità cristiana un armonico equilibrio tra Eucaristia e Carità, culto e servizio, fede e vita; un unico indiviso amore a Dio e ai fratelli.
Ecco come il grande Vescovo Giovanni Crisostomo commenta tale verità: “Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure, mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d’oro,mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l’affamato,e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d’oro e non gli darai un bicchiere d’acqua? Attacchi catene d’argento alle lampade e non vai poi a visitarlo quando è malato o in carcere?
Quanto questo legame tra Eucaristia e Carità fosse capito e vissuto dalle prime comunità cristiane, ce lo conferma l’antica testimonianza del martire S. Giustino, il quale nel secondo secolo, descrive la celebrazione domenicale in questo modo: “nel giorno chiamato del Sole ci raccogliamo in uno stesso luogo…Si recano pane, vino e acqua… I facoltosi e volenterosi spontaneamente danno ciò che vogliono e quanto viene raccolto viene consegnato al capo della comunità che ne distribuisce agli orfani,alle vedove,ai bisognosi per malattia o altro, ai detenuti e ai forestieri; egli soccorre in una parola chiunque si trovi nel bisogno”(Apol.1,67).
Una carità quindi affettiva ed effettiva, un amore a Cristo che è il capo e che deve estendersi a tutto il corpo che è la Chiesa. Per questo il Papa Giovanni Paolo II ripeteva: “dalla messa domenicale parte un’onda di carità, destinata ad espandersi in tutta la vita dei fedeli”. E S. Giovanni Crisostomo solennemente afferma: “sollevare un povero, un malato è sollevare Gesù Cristo; ad ogni ora del giorno i laici possono diventare preti di Gesù, investiti dello splendore di un nuovo sacerdozio. Qual’è il nostro altare? Il povero,il malato. E la vittima? La carità,il cui profumo sale fino al cielo”.
Altrettanto gioiosa e consolante è la beatitudine che San Camillo, patrono dei malati e di quanti li assistono, rivolgeva agli operatori della carità: “Beati voi che avete una così buona occasione di servire Dio al letto dei malati! Beati voi, se potrete essere accompagnati al tribunale di Dio,da una lacrima, da un sospiro di questi poverelli infermi!”.

P.Rosario Messina